In memoriam Beppe Rinaldi

Notre collègue et ami italien Franco Ziliani salue la mémoire de Beppe Rinaldi, grand vigneron du Barolo disparu cette semaine (in italiano).

Beppe “riabbraccia” Bartolo e Teobaldo nell’empireo dei sommi barolisti

Come si può reagire, senza scadere nella retorica e in un ricordo banale, alla notizia, inviatami da Walter Massa a mezzanotte, ma da me letta solo stamane, che un grande uomo, prima che appassionato vignaiolo e vinificatore, era scomparso alla vigilia dei 70 anni?

In quale modo commentare, e non semplicemente annunciare, (nell’era di Internet le notizie si diffondono e si consumano con velocità supersonica), che uno dei punti di riferimento della più autorevole e colta tradizione barolista, Beppe Rinaldi, da tutti conosciuto come “Citrico” per lo spirito polemico e sarcastico che lo caratterizzava, era stato portato via dal solito Male?

Quale nel mio caso, visto che lo conoscevo dalla fine degli anni Ottanta frequentando la sua suggestiva casa e cantina posta sulla curva tra Barolo e Novello, la via per non cadere a mia volta nell’aneddotica spicciola cui, trattandosi di un personaggio come Beppe (che sapeva di esserlo, ma preferiva essere trattato da antieroe, da uomo di vigna e cantina e basta), ovviamente avrei potuto fare ricorso?

Quale registro scegliere per questo omaggio a caldo (a proposito: un bravo a Gianluca Mazzella per il suo pezzo sulla versione Web del Fatto quotidiano e un applauso speciale a Pierluigi Gorgoni per il suo commovente ricordo pubblicato sulle pagine Web di Lavinium)  per dare un’idea di chi sia stato Beppe Rinaldi e quale importanza abbia avuto non solo nell’ottenere grandissimi vini (i Barolo, il Brunate – Le Coste ed il Barolo Cannubi – Ravera ma anche Barbera d’Alba, Dolcetto d’Alba, Langhe Freisa) ma in un mondo di furbetti e voltagabbana e trafficoni, abbia mantenuto fede alle proprie idee e convinzioni, difendendole con coraggiosa tenacia?

E dove trovare le parole adatte e ricordare il modo viscerale con cui rivendicava orgogliosamente l’essere erede di una storia, di una civiltà e fatica contadina, ben lontane dall’attuale era di “vacche grasse”, di ricchezza e benessere diffuso nella Langa, splendidamente ritratti da Nico Orengo in un romanzo del 2005, Di viole e liquirizia, che varrebbe la pena rileggere.

Infine, come dimenticare la sua affabulazione allegra ed ironica, il sottointeso e non detto modo di ricordare, ma senza dirlo, che era solo un piccolo produttore artigianale con vecchie Lambrette al seguito e un passato da veterinario, il suo (il pensiero è di Mazzella) “interpretare il futuro osservando minuziosamente il passato”?

Un sapere che voleva trasmettere ai figli (nel suo caso due ragazze dolci e grintose e diverse tra loro), un sapere appreso dalla sua famiglia e da tante altre che hanno curato e “sudato” le vigne, quando non era ancora à la page venire in Langa a fare vino spendendo cifre folli per un ettaro e una cantina?

Beppe Rinaldi aveva la tempra dell’umanista, dell’antropologo, del sociologo (se il Tempo non lo avesse considerato “nemico”, quale magnifico autore di una storia sociale della Langa dagli anni Sessanta a oggi avrebbe potuto essere…) e quando si parlava con lui, degli aspetti puramente enologici nemmeno l’ombra.

Lo animava piuttosto una curiosità, un’attenzione, un amore divorante per la sua terra, la Langa, attaccata da barbari, pirati e filibustieri di ogni tipo, che vedeva cambiare in maniera irrefrenabile, tra ricchissimi investitori, Accademie del Barolo autoproclamatesi tali, cantine a forma di scatole di scarpe piazzate ad effetto in storici vigneti, l’aumento della produzione e il trionfo della monocultura.

Intesa non solo come insana abitudine di piantare Nebbiolo da Barolo ovunque, laddove le precedenti generazioni non avrebbero mai piantato vite, ma come cultura dominante e spudorata del far business ad ogni costo.

Anche a Citrico piaceva divertirsi e far baldoria (salvo rifugiarsi nel ciabot davanti casa, che aveva minuziosamente recuperato o partire per un bike tour), ma questo suo sorriso arguto, autoironico, disincantato, non andava mai scambiato per leggerezza, perché sempre, anche scherzando, nel proprio argomentare corrosivo e irriverente Citrico finiva per porre temi che anche la sinistra di cui in qualche modo faceva parte sentimentalmente si era scordata di porre. Si vedano i risultati delle elezioni politiche del 4 marzo…

Temi come la dignità e l’orgoglio del lavoro e di quello contadino in particolare, il dovere di rispettare la terra e le vigne senza inquinarle o addirittura spostarle cambiando secondo comodo i versanti, di chi vi ha lavorato con fatica.

In questo mondo, anche quello del vino, anche quello del Barolo (nel Barbaresco i numeri sono più piccoli e gli appetiti minori), sempre più conformista, banale e distratto, popolato da furbetti e fafiuché, da trafficoni vari, era ovvio che al potere economico (quello che ha ridotto il Consorzio Barolo Barbaresco a quella cosetta da poco che è) facesse comodo fare passare le argomentazioni di Beppe quali asprezze, sarcasmi, espressioni di una causticità incontinente. Però, per decenza, senza mai spingersi a criticarne i vini, universalmente riconosciuti quali opera di un piccolo artigiano di genio, perché quelli erano troppo buoni. Inattaccabili. Delle certezze paradigmatiche.

Anche a Beppe piaceva parlare delle annate, delle vendemmie, fare discorsi …da vignaiolo, ma come ha scritto molto bene Luciano Ferraro sul suo blog Di Vini del Corriere della Sera, in un articolo impeccabile – leggi qui – che riprende temi di un articolo pubblicato a gennaio) – “in realtà ogni volta che discuteva del modo di intendere il suo lavoro, e di come lo vedeva cambiare attorno a sé, parlava più in generale del genere umano, di forza e debolezza, potere e sottomissione, onestà e furbizia”.

E questo modo di pensare il Barolo, il “lavorare (che) stanca”, la dimensione sociale ed economica del lavoro in campagna, la funzione di salvaguardia del territorio in un’Italia dove il cemento (anche in Langa) è arrivato ovunque, il dovere delle avanguardie intellettuali di pensare in anticipo, di prevedere, di non considerare la tradizione un nemico, era il tema, insieme a molti altri, che hanno sempre accomunato, non solo perché erano tre Amici nel senso profondo della parola, Bartolo Mascarello, Teobaldo Cappellano e Beppe Rinaldi.

Tre vignaioli ma anche uomini di cultura, che più di ogni altro si batterono dialetticamente, scrivendo, parlando, prendendo posizione, negli anni Novanta in cui veniva spacciata come ineluttabile (sia nel mondo della produzione vinicola, sia in quello dell’informazione sul vino) l’apertura dei grandi rossi albesi (Barolo in primis) ad altre uve. La Barbera, ma anche uve il cui nome termina per et e ot…. E l’uso della barrique obbligatorio, ça va sans dire… E altre “stranezze”.

Per questo motivo mi è in qualche modo consolatorio pensare oggi in questo momento di grande dolore (le più sincere condoglianze alla moglie Annalisa e alle figlie Carlotta e Marta) che da qualche parte Beppe possa riabbracciare Bartolo e Baldo e che possano salutare il loro ritrovarsi stappando una buta di quelle giuste, un ’64 magari, o un 1971… Continuando i discorsi rimasti interrotti.

Che la terra ti sia lieve carissimo Beppe, anima mordace, pungente e sincera del Barolo, ci mancherai tantissimo…

Franco Ziliani

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